so.
Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
l'elmo la gitta del maggior Atride.
La turba intanto supplicante ai numi
sollevava le palme; e con gli sguardi
fissi nel cielo udìasi dire: O Giove,
fa che la sorte il Telamònio Aiace
nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire.
Così pregava; e il cavalier Nestorre
agitava le sorti: ed ecco uscirne
quella che tutti desïâr. La prese,
e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro
la mostrava l'araldo, e nullo ancora
la conoscea per sua. Ma come, andando
dall'uno all'altro, il banditor pervenne
al Telamònio Aiace e gliela porse,
riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
e gittatolo in mezzo, Amici, è mia,
gridò, la sorte, e ne gioisce il core,
che su l'illustre Ettòr spera la palma.
Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove
supplicate in silenzio, onde non sia
dai teucri orecchi il vostro prego udito;
o supplicate ad alta voce ancora,
se sì vi piace, ché nessuno io temo,
né guerriero v'avrà che mio malgrado
di me trionfi, né per fallo mio.
Sì rozzo in guerra non lasciommi, io spero,
la marzïal palestra in Salamina,
né il chiaro sangue di che nato io sono.
Disse; e gli Achivi alzâr gli sguardi al cielo,
e a Giove supplicâr con questi accenti:
Saturnio padre, che dall'Ida imperi
massimo, augusto! vincitor deh rendi
e glorioso Aiace; o se pur anco
t'è caro Ettorre e lo proteggi, almeno
forza ad entrambi e gloria ugual concedi.
Di splendid'armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poiché tutte
l'ebbe assunte dintorno alla persona,
concitato avvïossi, a camminava
quale incede il gran Marte allor che scende
tra fiere genti stimolate all'armi
dallo sdegno di Giove, e dall'insana
roditrice dell'alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
lo smisurato Aiace, sorridendo
con terribile piglio, e misurava
a vasti passi il suol, l'asta crollando
che lunga sul terren l'ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri
corse subito un gelo. Palpitonne
lo stesso Ettòr; ma né schivar per tema
il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi
più non gli lice, ché fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll'immenso
pavese che parea mobile torre;
opra di Tichio, d'Ila abitatore,
prestantissimo fabbro, che di sette
costruito l'avea ben salde e grosse
cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
una falda d'acciar. Con questo al petto
enorme scudo il Telamònio eroe
féssi avanti al Troiano, e minaccioso
mosse queste parole: Ettore, or chiaro
saprai da solo a sol quai prodi ancora
rimangono agli Achei dopo il Pelìde
cuor di lïone e rompitor di schiere.
Irato coll'Atride egli alle navi
neghittoso si sta; ma noi siam tali,
che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamònio Aiace,
rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
come a imbelle fanciullo o femminetta
cui dell'armi il mestiero è pellegrino?
E anch'io trattar so il ferro e dar la morte,
e a dritta e a manca anch'io girar lo scudo,
di Meleagro, e la destò la madre
Altèa che, forte pe' fratelli uccisi
crucciosa, il figlio maledisse, e il suolo
colle man percotendo inginocchiata
e forsennata con orrendi preghi
di gran pianto confusi il negro Pluto
supplicava e la rigida mogliera
di dar morte all'eroe: né dal profondo
orco fu sorda l'implacata Erinni.
Del materno furor sdegnato il figlio
lungi dall'armi si ritrasse in braccio
alla bella consorte Cleopatra,
di Marpissa Evenina e del possente
Ida figliuola, di quell'Ida io dico
che tra' guerrieri de' suoi tempi il grido
di fortissimo avea, tanto che contra
lo stesso Apollo per la tolta ninfa
ardì l'arco impugnar. Mutato poscia
di Cleopatra il nome, i genitori
la chiamaro Alcïon, perché simìle
alla mesta Alcïon gemea la madre
quando rapilla il saettante Iddio.
Con gran furore intanto eran le porte
di Calidone e le turrite mura
combattute e percosse. Eletta schiera
di venerandi vegli e sacerdoti
a Meleagro deputati il prega
di venir, di respingere il nemico,
a sua scelta offerendo di cinquanta
iugeri il dono, del miglior terreno
di tutto il caledonio almo paese,
parte alle viti acconcio e parte al solco.
Molto egli pure il genitor lo prega,
dell'adirato figlio alle sublimi
soglie traendo il senil fianco, e in voce
supplicante del talamo picchiando
alle sbarrate porte. Anche le suore,
anche la madre già pentita orando
chiedean mercede; ed ei più fermo ognora
la ricusava. Accorsero gli amici
i più cari e diletti; e su quel core
nulla poteva degli amici il prego:
finché le porte da sonori e spessi
colpi battute, lo fêr certo alfine
che scalate i Cureti avean le mura,
e messo il foco alla città. Piangente
la sua bella consorte allor si fece
a deprecarlo, ed alla mente tutti
d'una presa città gli orrendi mali
gli dipinse: trafitti i cittadini,
arse le case, ed in catene i figli
strascinati e le spose. Si commosse
all'atroce pensier l'alma superba,
prese l'armi, volò, vinse, e gli Etòli
salvò; ma solo dal suo cor sospinto.
Quindi alcun dono non ottenne, e il tardo
beneficio rimase inonorato.
Non imitar cotesto esempio, o figlio,
né vi ti spinga demone maligno:
ché il soccorso indugiar, finché le navi
s'incendano, maggior onta sarìa.
Vieni, imita gli Dei, gli offerti doni
non disdegnar. Se li dispregi, e poscia
volontario combatti, egual non fia,
benché ritorni vincitor, l'onore.
Qui tacque il veglio, e brevemente Achille
in questi detti replicò: Fenice,
caro alunno di Giove, ed a me caro
padre, di questo onor non ho bisogno.
L'onor ch'io cerco mi verrà da Giove,
e qui pure davanti a queste antenne
l'avrò fin che vitale aura mi spiri,
fin che il piè mi sorregga. Altra or vo' dirti
cosa che in mente riporrai. Per farti
grato all'Atride non venir con pianti
né con lagni a turbarmi il cor più mai.
Non amar contra il giusto il mio nemico,
se l'amor mio t'è caro, e meco offendi
chi m'offende, ché questo ti sta meglio.
Del mio regno partecipa, e diviso
sia teco ogni onor mio. Riporteranno
questi le mie risposte, e tu qui dormi
sovra morbido letto. Al nuovo sole
consulterem se starci, o andar si debba.
Disse; e a Patròclo fe' degli occhi un cenno
d'allestire al buon veglio un colmo letto,
onde gli altri a lasciar tosto la tenda
volgessero il pensiero. In questo mezzo
vòlto ad Ulisse il gran Telamonìde,
Partiam, diss'egli, ché per questa via
parmi che vano il ragionar rïesca.
Benché ingrata, n'è forza il recar pronti
la risposta agli Achei, che impazïenti,
e forse ancora in assemblea seduti
l'attendono. Feroce alma superba
chiude Achille nel petto: indegnamente
l'amistà de' compagni egli calpesta,
né ricorda l'onor che gli rendemmo
su gli altri tutti. Dispietato! Il prezzo
qualcuno accetta dell'ucciso figlio,
precipitosi fuggirìan gli Achivi.
Stolta speranza! Custodìan la porta
due fortissimi eroi, germi animosi
de' guerrieri Lapiti. Era l'un d'essi
Polipète, figliuol di Piritòo,
l'altro il feroce Leontèo. Sublimi
stavan quivi costor, sembianti a due
eccelse querce in cima alla montagna,
che ferme e colle lunghe ampie radici
abbracciando la terra, eternamente
sostengono la piova e le procelle;
così fidati nelle man robuste,
ben lungi dal voltar per tema il tergo,
voltan anzi la fronte i due guerrieri,
d'Asio aspettando la gran furia. Ed esso
coll'Asiade Acamante, e con Oreste
e Jameno e Toone ed Enomào
sollevando gli scudi, il forte muro
van con fracasso ad assalir. Ma fermi
sull'ingresso i due prodi altrui fan core
alla difesa delle navi. Alfine
visti i Teucri avventarsi alla muraglia
d'ogni parte, e fuggir con alto grido
di spavento gli Achivi, impeto fece
l'ardita coppia: e fiero anzi le porte
un conflitto attaccâr, come silvestri
verri ch'odon sul monte avvicinarsi
il fragor della caccia: impetuosi
fulminando a traverso, a sé dintorno
rompon la selva, schiantano la rosta
dalle radici, e sentir fanno il suono
del terribile dente, infine che colti
d'acuto strale perdono la vita;
di questi due così sopra i percossi
petti sonava il luminoso acciaro,
e così combattean, nelle gagliarde
destre fidando, e nel valor di quelli
che di sopra dai merli e dalle torri
piovean nembi di sassi alla difesa
delle tende, dei legni e di se stessi.
Cadean spesse le pietre come spessa
la grandine cui vento impetuoso
di negre nubi agitator riversa
sull'alma terra; né piovean gli strali
sol dalle mani achive, ma ben anco
dalle troiane, e al grandinar de' sassi
smisurati mettean roco un rimbombo
gli elmi percossi e i risonanti scudi.
Fremendo allor si batté l'anca il figlio
d'Irtaco, e disse disdegnoso: O Giove
e tu pur ti se' fatto ora l'amico
della menzogna? Chi pensar potea
contro il nerbo di nostre invitte mani
tal resistenza dagli Achei? Ma vélli
che come vespe maculose in erti
nidi nascoste, a chi dà lor la caccia
s'avventano feroci, e per le cave
case e pe' figli battagliar le vedi:
così costor, benché due soli, addietro
dar non vonno che morti o prigionieri.
Così parlava, né perciò di Giove
si mutava il pensier, che al solo Ettorre
dar la palma volea. Aspro degli altri
all'altre porte intanto era il conflitto.
Ma dura impresa mi sarìa dir tutte,
come la lingua degli Dei, le cose.
Perocché quanto è lungo il saldo muro
tutto è vampo di Marte. Alta costringe
necessità, quantunque egri, gli Achei
a pugnar per le navi; e degli Achei
tutti eran mesti in cielo i numi amici.
Qui cominciâr la pugna i due Lapiti.
Vibrò la lancia il forte Polipète,
e Damaso colpì tra le ferrate
guance dell'elmo. L'elmo non sostenne
la furïosa punta che, spezzati
i temporali, gli allagò di sangue
tutto il cerèbro, e morto lo distese:
indi all'Orco Pilon spinse ed Ormeno.
Né la strage è minor di Leontèo,
d'Antìmaco figliuolo anzi di Marte.
Sul confin della cintola ei percote
Ippomaco coll'asta: indi cavata
dal fodero la daga, per lo mezzo
della turba si scaglia, e pria d'un colpo
tasta Antifonte che supin stramazza;
poi rovescia Menon, Jameno, Oreste,
tutti l'un sovra l'altro nella polve.
Mentre che Polipète e Leontèo
delle bell'armi spogliano gli uccisi,
la numerosa e di gran core armata
troiana gioventude, impazïente
di spezzar la muraglia, arder le navi,
Polidamante ed Ettore seguìa,
i quai repente all'orlo della fossa
irresoluti s'arrestâr dubbiando
di passar oltre: perocché sublime
un'aquila comparve, che sospeso
tenne il campo a sinistra. Il fero augello
stretto portava negli artigli un drago
l'onor del prode, e una medesma tomba
l'infingardo riceve e l'operoso.
Ed io che tanto travagliai, che a tanti
rischi di Marte la mia vita esposi,
che guadagni, per dio, che guiderdone
su gli altri ottenni? In vero il meschinello
augel son io, che d'esca i suoi provvede
piccioli implumi, e sé medesmo obblìa.
Quante, senza dar sonno alle palpèbre,
trascorse notti! quanti giorni avvolto
in sanguinose pugne ho combattuto
per le ree mogli di costor! Conquisi
guerreggiando sul mar dodici altere
cittadi; ne conquisi undici a piede
dintorno ai campi d'Ilïon; da tutte
molte asportai pregiate spoglie, e tutte
all'Atride le cessi, a lui che inerte
rimasto indietro, nell'avare navi
le ricevea superbo, e dividendo
altrui lo peggio riserbossi il meglio;
o s'alcun dono agli altri duci ei fenne,
nol si ritolse almeno. Io sol del mio
premio fui spoglio, io solo; egli la donna
del mio cor si ritiene, e ne gioisce.
A che mai questa degli Achei co' Teucri
cotanta guerra? a che raccolse Atride
qui tant'armi? Non forse per la bella
Elena? Ma l'amor delle consorti
tocca egli forse il cor de' soli Atridi?
Ogni buono, ogni saggio ama la sua,
e tienla in pregio, siccom'io costei
carissima al mio cor, quantunque ancella.
Or ch'egli dalle man la mi rapìo
con fatto iniquo, di piegar non tenti
me da sue frodi ammaestrato assai.
Teco, Ulisse, e co' suoi re tanti ei dunque
consulti il modo di sottrar l'armata
alle fiamme nemiche. E quale ha d'uopo
ei del mio braccio? Senza me già fece
di gran cose. Innalzato ha un alto muro,
lungo il muro ha scavato un largo e cupo
fosso, e nel fosso un gran palizzo infisse.
Mirabil opra! che dal fiero Ettorre
nol fa sicuro ancor, da quell'Ettorre
che, mentre io parvi fra gli Achei, scostarsi
non ardìa dalle mura, o non giugnea
che sino al faggio delle porte Scee.
Sola una volta ei là m'attese, e a stento
poté sottrarsi all'asta mia. Ma nullo
più conflitto vogl'io con quel guerriero,
nullo: e offerti dimani al sommo Giove
e agli altri numi i sacrifici, e tratte
tutte nel mare le mie carche navi,
sì, dimani vedrai, se te ne cale,
coll'aurora spiegar sull'Ellesponto
i miei legni le vele, ed esultanti
tutte di lieti remator le sponde.
Se di prospero corso il buon Nettunno
cortese mi sarà, la terza luce
di Ftia porrammi su la dolce riva.
Ivi molta lasciai propria ricchezza
qua venendo in mal punto, ivi molt'altra
ne reco in oro, e in fulvo rame, e in terso
splendido ferro e in eleganti donne,
tutto tesoro a me sortito. Il solo
premio ne manca che mi diè l'Atride,
e re villano mel ritolse ei poscia.
Torna dunque all'ingrato, e gli riporta
tutto che dico, e a tutti in faccia, ond'anco
negli altri Achei si svegli una giust'ira
e un avvisato diffidar dell'arti
di quel franco impudente, che pur tale
non ardirebbe di mirarmi in fronte.
Digli che a parte non verrò giammai
né di fatto con lui né di consiglio;
che mi deluse; che mi fece oltraggio;
che gli basti l'aver tanto potuto
sola una volta, e che mal fonda in vane
ciance la speme d'un secondo inganno.
Digli che senza più turbarmi corra
alla ruina a cui l'incalza Giove
che di senno il privò: digli che abborro
suoi doni, e spregio come vil mancipio
il donator. Né s'egli e dieci e venti
volte gli addoppii, né se tutto ei m'offra
ciò ch'or possiede, e ciò ch'un dì venirgli
potrìa d'altronde, e quante entran ricchezze
in Orcomèno e nell'egizia Tebe
per le cento sue porte e li dugento
aurighi co' lor carri a ciascheduna;
mi fosse ei largo di tant'oro alfine
quanto di sabbia e polve si calpesta,
né così pur si speri Agamennóne
la mia mente inchinar prima che tutto
pagato ei m'abbia dell'offesa il fio.
Non vo' la figlia di costui. Foss'ella
pari a Minerva nell'ingegno, e il vanto
di beltà contendesse a Citerea,
non prenderolla in mia consorte io mai.
Serbila ad altro Acheo che al grand'Atride
aggirarsi pel campo, e a trarne fuori
della pugna indugiar tanto che il fero
Dïomede n'assegua impetuoso,
ed entrambi n'uccida, e via ne meni
i destrieri di Troe. Resta tu dunque
al timone e alle briglie, ché coll'asta
io del nemico sosterrò l'assalto.
Montâr, ciò detto, sull'adorno cocchio,
e animosi drizzâr contra il Tidìde
i veloci cavalli. Il chiaro figlio
di Capanèo li vide, ed all'amico
vòlto il presto parlar, Tidìde, ei disse,
mio diletto Tidìde, a pugnar teco
veggo pronti venir due di gran nerbo
valorosi guerrier, l'uno il famoso
Pandaro arciero che figliuol si vanta
di Licaone, e l'altro Enea che prole
vantasi ei pur di Venere e d'Anchise.
Su, presto in cocchio; ritiriamci, e incauto
tu non istarmi a furiar tra i primi
con sì gran rischio della dolce vita.
Bieco guatollo il gran Tidìde, e disse:
Non parlarmi di fuga. Indarno tenti
persuadermi una viltà. Fuggire
dal cimento e tremar, non lo consente
la mia natura: ho forze intégre, e sdegno
de' cavalli il vantaggio. Andrò pedone,
quale mi trovo, ad incontrar costoro;
ché Pallade mi vieta ogni paura.
Ma non essi ambedue salvi di mano
ci scapperan, dai rapidi sottratti
lor corridori, ed avverrà che appena
ne scampi un solo. Un altro avviso ancora
vo' dirti, e tu non l'obblïar. Se fia
che l'alto onore d'atterrarli entrambi
la prudente Minerva mi conceda,
tu per le briglie allora i miei cavalli
lega all'anse del cocchio, e ratto vola
ai cavalli d'Enea, e dai Troiani
via te li mena fra gli Achei. Son essi
della stirpe gentil di quei che Giove,
prezzo del figlio Ganimede, un giorno
a Troe donava; né miglior destrieri
vede l'occhio del Sole e dell'Aurora.
Al re Laomedonte il prence Anchise
la razza ne furò, sopposte ai padri
segretamente un dì le sue puledre
che di tale imeneo sei generosi
corsier gli partoriro. Egli n'impingua
quattro di questi a sé nel suo presepe,
e due ne cesse al figlio Enea, superbi
cavalli da battaglia. Ove n'avvegna
di predarli, n'avremo immensa lode.
Mentre seguìan tra lor queste parole,
quelli incitando i corridor veloci
tosto appressârsi, e Pandaro primiero
favellò: Bellicoso ardito figlio
dell'illustre Tidèo, poiché l'acuto
mio stral non ti domò, vengo a far prova
s'io di lancia ferir meglio mi sappia.
Così detto, la lunga asta vibrando
fulminolla, e colpì di Dïomede
lo scudo sì, che la ferrata punta
tutto passollo, e ne sfiorò l'usbergo.
Sei ferito nel fianco (alto allor grida
l'illustre feritor), né a lungo, io spero,
vivrai: la gloria che mi porti è somma.
Errasti, o folle, il colpo (imperturbato
gli rispose l'eroe); ben io m'avviso
ch'uno almeno di voi, pria di ristarvi
da questa zuffa, nel suo sangue steso
l'ira di Marte sazierà. Ciò detto,
scagliò. Minerva ne diresse il telo,
e a lui che curvo lo sfuggìa, cacciollo
tra il naso e il ciglio. Penetrò l'acuto
ferro tra' denti, ne tagliò l'estrema
lingua, e di sotto al mento uscì la punta.
Piombò dal cocchio, gli tonâr sul petto
l'armi lucenti, sbigottîr gli stessi
cavalli, e a lui si sciolsero per sempre
e le forze e la vita. Enea temendo
in man non caggia degli Achei l'ucciso,
scese, e protesa a lui l'asta e lo scudo
giravagli dintorno a simiglianza
di fier lïone in suo valor sicuro;
e parato a ferir qual sia nemico
che gli si accosti, il difendea gridando
orribilmente. Diè di piglio allora
ad un enorme sasso Dïomede
di tal pondo, che due nol porterebbero
degli uomini moderni; ed ei vibrandolo
agevolmente, e solo e con grand'impeto
scagliandolo, percosse Enea nell'osso
che alla coscia s'innesta ed è nomato
ciotola. Il fracassò l'aspro macigno
con ambi i nervi, e ne stracciò la pelle.
Diè del ginocchio al grave colpo in terra
l'eroe ferito, e colla man robusta
puntellò la persona. Un negro velo
gli coperse le luci, e qui perìa,
Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente perìa: colpa d'Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.
Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende avea,
e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:
e agli Achei tutti supplicando, e in prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
gl'immortali del cielo abitatori
concedanvi espugnar la Prïameia
cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate. - Al prego
tutti acclamâr: doversi il sacerdote
riverire, e accettar le ricche offerte.
Ma la proposta al cor d'Agamennóne
non talentando, in guise aspre il superbo
accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste navi
ned or né poscia più ti colga io mai;
ché forse nulla ti varrà lo scettro
né l'infula del Dio. Franca non fia
costei, se lungi dalla patria, in Argo,
nella nostra magion pria non la sfiori
vecchiezza, all'opra delle spole intenta,
e a parte assunta del regal mio letto.
Or va, né m'irritar, se salvo ir brami.
Impaurissi il vecchio, ed al comando
obbedì. Taciturno incamminossi
del risonante mar lungo la riva;
e in disparte venuto, al santo Apollo
di Latona figliuol, fe' questo prego:
Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa
proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tènedo
possente imperador, Smintèo, deh m'odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t'arsi i fianchi opimi,
questo voto m'adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.
Sì disse orando. L'udì Febo, e scese
dalle cime d'Olimpo in gran disdegno
coll'arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
su gli omeri all'irato un tintinnìo
al mutar de' gran passi; ed ei simìle
a fosca notte giù venìa. Piantossi
delle navi al cospetto: indi uno strale
liberò dalla corda, ed un ronzìo
terribile mandò l'arco d'argento.
Prima i giumenti e i presti veltri assalse,
poi le schiere a ferir prese, vibrando
le mortifere punte; onde per tutto
degli esanimi corpi ardean le pire.
Nove giorni volâr pel campo acheo
le divine quadrella. A parlamento
nel decimo chiamò le turbe Achille;
ché gli pose nel cor questo consiglio
Giuno la diva dalle bianche braccia,
de' moribondi Achei fatta pietosa.
Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo
levossi Achille piè-veloce, e disse:
Atride, or sì cred'io volta daremo
nuovamente errabondi al patrio lido,
se pur morte fuggir ne fia concesso;
ché guerra e peste ad un medesmo tempo
ne struggono. Ma via; qualche indovino
interroghiamo, o sacerdote, o pure
interprete di sogni (ché da Giove
anche il sogno procede), onde ne dica
perché tanta con noi d'Apollo è l'ira:
se di preci o di vittime neglette
il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte
capre accettando l'odoroso fumo,
il crudel morbo allontanar gli piaccia.
Così detto, s'assise. In piedi allora
di Testore il figliuol Calcante alzossi,
de' veggenti il più saggio, a cui le cose
eran conte che fur, sono e saranno;
e per quella, che dono era d'Apollo,
profetica virtù, de' Greci a Troia
avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo
pien di senno parlò queste parole:
Amor di Giove, generoso Achille,
vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo
ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.
ma d'Ilio alla gran torre. Udito avendo
dell'inimico un furïoso assalto
e de' Teucri la rotta, la meschina
corre verso le mura a simiglianza
di forsennata, e la fedel nutrice
col pargoletto in braccio l'acccompagna.
Finito non avea queste parole
la guardïana, che veloce Ettorre
dalle soglie si spicca, e ripetendo
il già corso sentier, fende diritto
del grand'Ilio le piazze: ed alle Scee,
onde al campo è l'uscita, ecco d'incontro
Andromaca venirgli, illustre germe
d'Eezïone, abitator dell'alta
Ipoplaco selvosa, e de' Cilìci
dominator nell'ipoplacia Tebe.
Ei ricca di gran dote al grande Ettorre
diede a sposa costei ch'ivi allor corse
ad incontrarlo; e seco iva l'ancella
tra le braccia portando il pargoletto
unico figlio dell'eroe troiano,
bambin leggiadro come stella. Il padre
Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
Astïanatte, perché il padre ei solo
era dell'alta Troia il difensore.
Sorrise Ettorre nel vederlo, e tacque.
Ma di gran pianto Andromaca bagnata
accostossi al marito, e per la mano
strignendolo, e per nome in dolce suono
chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!
il tuo valor ti perderà: nessuna
pietà del figlio né di me tu senti,
crudel, di me che vedova infelice
rimarrommi tra poco, perché tutti
di conserto gli Achei contro te solo
si scaglieranno a trucidarti intesi;
e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,
l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa!
ch'altro mi resta che perpetuo pianto?
Orba del padre io sono e della madre.
M'uccise il padre lo spietato Achille
il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa
popolosa città Tebe distrusse:
m'uccise, io dico, Eezïon quel crudo;
ma dispogliarlo non osò, compreso
da divino terror. Quindi con tutte
l'armi sul rogo il corpo ne compose,
e un tumulo gli alzò cui di frondosi
olmi le figlie dell'Egìoco Giove
l'Oreadi pietose incoronaro.
Di ben sette fratelli iva superba
la mia casa. Di questi in un sol giorno
lo stesso figlio della Dea sospinse
l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo
alle mugghianti mandre ed alle gregge.
Della boscosa Ipoplaco reina
mi rimanea la madre. Il vincitore
coll'altre prede qua l'addusse, e poscia
per largo prezzo in libertà la pose.
Ma questa pure, ahimè! nelle paterne
stanze lo stral d'Artèmide trafisse.
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito. Abbi deh! dunque
di me pietade, e qui rimanti meco
a questa torre, né voler che sia
vedova la consorte, orfano il figlio.
Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
ove il nemico alla città scoperse
più agevole salita e più spedito
lo scalar delle mura. O che agli Achei
abbia mostro quel varco un indovino,
o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,
questo ti basti che i più forti quivi
già fêr tre volte di valor periglio,
ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro
sire di Creta ed il fatal Tidìde.
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo appresi
ad esser forte, ed a volar tra' primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor mel dice,
verrà giorno che il sacro iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o donna,
sì di questi il dolor, quanto il crudele
tuo destino, se fia che qualche Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
case, di che egli stesso il prence avea
divisato il disegno, al magistero
de' più sperti di Troia architettori
fidandone l'effetto. E questi a lui
e stanza ed atrio e corte edificaro
sul sommo della rocca, appo i regali
di Priamo stesso e del maggior fratello
risplendenti soggiorni. Entrovvi Ettorre,
nelle mani la lunga asta tenendo
di ben undici cubiti. La punta
di terso ferro colla ghiera d'oro
al mutar de' gran passi scintillava.
Nel talamo il trovò che le sue belle
armi assettava, i curvi archi e lo scudo
e l'usbergo. L'argiva Elena, in mezzo
all'ancelle seduta, i bei lavori
ne dirigea. Com'ebbe in lui gli sguardi
fisso il grande guerrier, con detti acerbi
così l'invase: Sciagurato! il core
ira ti rode, il so; ma non è bello
il coltivarla. Intorno all'alte mura
cadono combattendo i cittadini,
e tanta strage e tanto affar di guerra
per te solo s'accende; e tu sei tale
che altrui vedendo abbandonar la pugna
rampognarlo oseresti. Or su, ti scuoti,
esci di qua pria che da' Greci accesa
venga a snidarti d'Ilïon la fiamma.
Bello, siccome un Dio, Paride allora
così rispose: Tu mi fai, fratello,
giusti rimprocci, e giusto al par mi sembra
ch'io ti risponda, e tu mi porga ascolto.
Né sdegno né rancor contra i Troiani
nel talamo regal mi rattenea,
ma desir solo di distrarre un mio
dolor segreto. E in questo punto istesso
con tenere parole anco la moglie
m'esortava a tornar nella battaglia,
e il cor mio stesso mi dicea che questo
era lo meglio; perocché nel campo
le palme alterna la vittoria. Or dunque
attendi che dell'armi io mi rivesta,
o mi precorri, ch'io ti seguo, e tosto
raggiungerti mi spero. - Così disse
Paride: e nulla gli rispose Ettorre;
a cui molli volgendo le parole
Elena soggiugnea: Dolce cognato,
cognato a me proterva, a me primiero
de' vostri mali detestando fonte,
oh m'avesse il dì stesso in che la madre
mi partoriva, un turbine divelta
dalle sue braccia, ed alle rupi infranta,
o del mar nell'irate onde sommersa
pria del bieco mio fallo! E poiché tale
e tanto danno statuîr gli Dei,
stata almeno foss'io consorte ad uomo
più valoroso, e che nel cor più addentro
i dispregi sentisse e le rampogne.
Ma di presente a costui manca il fermo
carattere dell'alma, e non ho speme
ch'ei lo s'acquisti in avvenir. M'avviso
quindi che presto pagheranne il fio.
Ma tu vien oltre, amato Ettorre, e siedi
su questo seggio, e il cor stanco ricrea
dal rio travaglio che per me sostieni,
per me d'obbrobrio carca, e per la colpa
del tuo fratello. Ahi lassa! un duro fato
Giove n'impose e tal ch'anco ai futuri
darem materia di canzon famosa.
Cortese donna, le rispose Ettorre,
non rattenermi. Il core, impazïente
di dar soccorso a' miei che me lontano
richiamano, fa vano il dolce invito.
Ma tu di cotestui sprona il coraggio,
onde s'affretti ei pure, e mi raggiunga
anzi ch'io m'esca di città. Veloce
corro intanto a' miei lari a veder l'uopo
di mia famiglia, e la diletta moglie
e il pargoletto mio, non mi sapendo
se alle lor braccia tornerò più mai,
o s'oggi è il dì che decretâr gli Eterni
sotto le destre achee la mia caduta.
Parte, ciò detto, e giunge in un baleno
alla eccelsa magion; ma non vi trova
la sua dal bianco seno alma consorte;
ch'ella col caro figlio e coll'ancella
in elegante peplo tutta chiusa
su l'alto della torre era salita:
e là si stava in pianti ed in sospiri.
Come deserta Ettòr vide la stanza,
arrestossi alla soglia, ed all'ancelle
vòlto il parlar: Porgete il vero, ei disse;
Andromaca dov'è? Forse alle case
di qualcheduna delle sue congiunte,
o di Palla recossi ai santi altari
a placar colle troïche matrone
la terribile Dea? - No, gli rispose
la guardïana, e poiché brami il vero,
il vero parlerò. Né alle cognate
ella n'andò, né di Minerva all'are,
con gli alleati la dardania gente.
Ma tutta notte di Saturno il figlio
con terribili tuoni annunzïava
alte sventure nel suo senno ordite.
Di pallido terror tutti compresi
dalle tazze spargean le spume a terra
devotamente, né veruno ardìa
appressarvi le labbra, se libato
pria non avesse al prepotente Giove.
Corcârsi alfine, e su lor scese il sonno.

Libro Ottavo
Già spiegava l'aurora il croceo velo
sul volto della terra, e co' Celesti
su l'alto Olimpo il folgorante Giove
tenea consiglio. Ei parla, e riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
tutti, ed abbiate il mio voler palese;
e nessuno di voi né Dio né Diva
di frangere s'ardisca il mio decreto,
ma tutti insieme il secondate, ond'io
l'opra, che penso, a presto fin conduca.
Qualunque degli Dei vedrò furtivo
partir dal cielo, e scendere a soccorso
de' Troiani o de' Greci, egli all'Olimpo
di turpe piaga tornerassi offeso;
o l'afferrando di mia mano io stesso,
nel Tartaro remoto e tenebroso
lo gitterò, voragine profonda
che di bronzo ha la soglia e ferree porte,
e tanto in giù nell'Orco s'inabissa,
quanto va lungi dalla terra il cielo.
Allor saprà che degli Dei son io
il più possente. E vuolsene la prova?
D'oro al cielo appendete una catena,
e tutti a questa v'attaccate, o Divi
e voi Dive, e traete. E non per questo
dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,
supremo senno, né pur tutte oprando
le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,
la trarrò colla terra e il mar sospeso:
indi alla vetta dell'immoto Olimpo
annoderò la gran catena, ed alto
tutte da quella penderan le cose.
Cotanto il mio poter vince de' numi
le forze e de' mortai. - Qui tacque, e tutti
dal minaccioso ragionar percossi
ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva
finalmente il silenzio, e così disse:
Padre e re de' Celesti, e noi pur anco
sappiam che invitta è la tua gran possanza.
Ma nondimen de' bellicosi Achei
pietà ne prende, che di fato iniquo
son vicini a perir. Noi dalla pugna,
se tu il comandi, ci terrem lontani;
ma non vietar che di consiglio almeno
sien giovati gli Achivi, onde non tutti
cadan nell'ira tua disfatti e morti.
Con un sorriso le rispose il sommo
de' nembi adunator: Conforta il core,
diletta figlia; favellai severo,
ma vo' teco esser mite. - E così detto,
gli orocriniti eripedi cavalli
come vento veloci al carro aggioga:
al divin corpo induce una lorica
tutta d'auro, e alla man data una sferza
pur d'auro intesta e di gentil lavoro,
monta il cocchio, e flagella a tutto corso
i corridori che volâr bramosi
infra la terra e lo stellato Olimpo.
Tosto all'Ida, di belve e di rigosi
fonti altrice, arrivò su l'ardua cima
del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia
un bosco, e fuma un odorato altare.
Qui degli uomini il padre e degli Dei
rattenne e dal timon sciolse i cavalli,
e di nebbia gli avvolse. Indi s'assise
esultante di gloria in su la vetta
di là lo sguardo a Troia rivolgendo
ed alle navi degli Achei, che preso
per le tende alla presta un parco cibo
armavansi. Ed all'armi anch'essi i Teucri
per la città correan; né gli sgomenta
il numero minor, ché per le spose
e pe' figli a pugnar pronti li rende
necessità. Spalancansi le porte:
erompono pedoni e cavalieri
con immenso tumulto, e giunti a fronte,
scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti
oppongono, e di targhe odi e d'usberghi
un fiero cozzo, ed un fragor di pugna
che rinforza più sempre. De' cadenti
l'urlo si mesce coll'orribil vanto
de' vincitori, e il suol sangue correa.
Dall'ora che le porte apre al mattino
fino al merigge, d'ambedue le parti
durò la strage con egual fortuna.
Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,
alto spiegò l'onnipossente Iddio
l'auree bilance, e due diversi fati
Al primo scontro lo colpì nel petto
su la destra mammella, e la ferrata
punta pel tergo riuscir gli fece.
Cadde il garzone nella polve a guisa
di liscio pioppo su la sponda nato
d'acquidosa palude: a lui de' rami
già la pompa crescea, quando repente
colla fulgida scure lo recise
artefice di carri, e inaridire
lungo la riva lo lasciò del fiume,
onde poscia foggiarne di bel cocchio
le volubili rote: così giacque
l'Antemide trafitto Simoesio,
e tale dispogliollo il grande Aiace.
Contro Aiace l'acuta asta diresse
d'infra le turbe allor di Priamo il figlio
Antifo, e il colpo gli fallì; ma colse
nell'inguine il fedel d'Ulisse amico
Leuco che già di Simoesio altrove
traea la salma; e accanto al corpo esangue,
che di man gli cadea, cadde egli pure.
Forte adirato dell'ucciso amico
si spinse Ulisse tra gl'innanzi, tutto
scintillante di ferro, e più dappresso
facendosi, e dintorno il guardo attento
rivolgendo, librò l'asta lucente.
Si misero a quell'atto in guardia i Teucri,
e lo cansâr; ma quegli il telo a vôto
non sospinse, e ferì Democoonte,
Priamide bastardo che d'Abido
con veloci puledre era venuto.
A costui fulminò l'irato Ulisse
nelle tempie la lancia; e trapassolle
la ferrea punta. Tenebrârsi i lumi
al trafitto che cadde fragoroso,
e cupo gli tonâr l'armi sul petto.
Rinculò de' Troiani, al suo cadere,
la fronte, rinculò lo stesso Ettorre;
dier gli Argivi alte grida, ed occupati
i corpi uccisi, s'avanzâr di punta.
Dalla rocca di Pergamo mirolli
sdegnato Apollo, e rincorando i Teucri
con gran voce gridò: Fermo tenete,
valorosi Troiani, ed agli Achei
non cedete l'onor di questa pugna,
ché né pietra né ferro è la lor pelle
da rintuzzar delle vostr'armi il taglio.
Non combatte qui, no, della leggiadra
Tétide il figlio: non temete; Achille
stassi alle navi a digerir la bile.
Così dall'alto della rocca il Dio
terribile sclamò. Ma la feroce
Palla, di Giove glorïosa figlia,
discorrendo le file inanimava
gli Achivi, ovunque li vedea rimessi.
Qui la Parca allacciò l'Amarancìde
Dïore. Un'aspra e quanto cape il pugno
grossa pietra il percosse alla diritta
tibia presso il tallone, e feritore
fu l'Imbraside Piro che de' Traci
condottiero dall'Eno era venuto.
Franse ambidue li nervi e la caviglia
l'improbo sasso, ed ei cadde supino
nella sabbia, e mal vivo ambo le mani
ai compagni stendea. Sopra gli corse
il percussore, e l'asta in mezzo all'epa
gli cacciò. Si versâr tutte per terra
le intestina, e mortale ombra il coperse.
All'irruente Piro allor l'Etòlo
Toante si rivolge; e lui nel petto
con la lancia ferendo alla mammella
nel polmon gliela ficca. Indi appressato
gliela sconficca dalla piaga; e in pugno
stretta l'acuta spada glie l'immerse
nella ventraia, e gli rapìo la vita;
l'armi non già, ché intorno al morto Piro
colle lungh'aste in pugno irti di ciuffi
affollârsi i suoi Traci, e il chiaro Etòlo,
benché grande e gagliardo, allontanaro
sì che a forza respinto si ritrasse.
Così l'uno appo l'altro nella polve
giacquero i due campioni, il tracio duce,
e il duce degli Epei. Dintorno a questi
molt'altri prodi ritrovâr la morte.
Chi da ferite illeso, e da Minerva
per man guidato, e preservato il pet